Alba e tramonto del femminismo

Volevo inizialmente pubblicare quest’articolo il 25 novembre in occasione della celebrazione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne ( istituita nel 1999 da una risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite). Tuttavia ho aspettato, poiché volevo porre l’articolo in modo differente, e cercare di coinvolgere la totalità del pubblico di Uncino.

Non credo di esserci riuscita, per cui mi limiterò a buttare giù in maniera abbastanza diretta, e senza troppi filtri quello che mi frulla per la testa, conscia del fatto che il pubblico di riferimento sarà molto probabilmente al femminile.
Veniamo al dunque. Non sono qui per fare la solita carrellata- discorso, che si riduce ad un mero elenco di soprusi che noi donne siamo costrette a subire (dai paesi più civilizzati a quelli meno). No. Quello che voglio dire oggi (e che volevo dire il 25 novembre) a tutte noi, è che dobbiamo riscoprire con forza la nostra voglia di autodeterminarci.

È necessario ridefinire il femminismo stesso, che negli ultimi tempi si è “isolato ed ingabbiato” intorno ad una serie di crociate volte a produrre un cambiamento più alla morfologia delle parole (sindaca, ministra per esempio) che all’esistenzialismo stesso della donna,

Femminismo non significa, questo. Essere femministe vuol dire dimostrare che le donne, se vogliono possono fare tutto. Possono diventare capi di stato, possono partecipare a missioni spaziali, possono essere pilote di macchina da corsa, possono condurre importanti ricerche scientifiche e amministrare un azienda hi-tech.
Personalmente trovo avvilente sentire ragazze (molto spesso mie coetanee) che in partenza, si pongono in una situazione minoritaria in relazione ad alcune attività che la società ha predisposto essere appannaggio degli uomini: <<il parcheggio in retromarcia non lo so fare, lo faccio fare a lui >>. No.

Riprendiamoci in mano le nostre vite, e facciamo grandi cose, perché se non cominciamo da noi, nessuno cambierà la nostra condizione.

 

Gloria.