ChromeOS: un nuovo modello di pensiero

Questo articolo nasce da una risposta che ho dato ieri, una risposta che mi ha fatto capire una cosa importante e tragica: molti utenti installano ChromeOS e poi tentano di usarlo come fosse Windows.
La domanda era sul mount di una directory sul filesystem della macchina ChromeOS.
La risposta è che ovviamente ChromeOS è in grado di montare qualsiasi tipo di filesystem ed usare ogni protocollo esistente per scambiare file, ma non ha senso farlo.

Creando questo sistema operativo Google ha inteso dare un netto taglio con il passato; CromeOS è un sistema operativo pensato per il millennio in corso, mentre tutta l’operatività cui siam abituati è stata ideata per la realtà del millennio passato, e sotto il punto di vista della ICT i due millenni si somigliano poco.
Ma continuiamo con il nostro mount: perchè montare un filesystem su ChromeOS ha poco senso? perchè montarlo significa dire alla macchina “prendi i dati che risiedono in quel punto e li colleghi qui”.
Ma questo è il modo di pensare adatto ad un paradigma nel quale il quel punto ed il qui sono luoghi chiaramente identificabili… luoghi fisici… luoghi legacy!
Stiamo parlando di una tecnica nata nei primi anni ’70, un cinquantennio addietro!
Nel 2020 le cose non si montano ma si sincronizzano, e magari si sincronizzano fra due, tre, quattro sorgenti/destinazioni contemporanee.
Mi spiego: Tutte le mie macchine, telefoni compresi, hanno una cartella che si chiama CloudCommon; quando da una delle macchine deposito un file in tale cartella in un attimo diventa disponibile su tutti i sistemi, sul NAS e viene trasferito su su Cloud Storage diversi, ciascuno con i suoi tempi.
Anche all’albero di directory contenente il codice su cui sto lavorando fa qualcosa di simile, ma in questo caso ai telefoni non arriva niente se non dietro specifica richiesta (sul telefono si sviluppa poco).
E le foto? ovviamente stessa cosa: scatto una foto dal telefono e in un attimo si propaga ovunque… anzi si sdoppia: una parte finisce nel solito Google Foto, dove però è soggetta a compressione, ed una sua copia finisce nel NAS e successivamente nel Cloud in formato non compresso.
Tutto il mio mondo è sincronizzato… i file di lavoro, gli appunti, la musica, le idee… tutto immediatamente disponibile su ogni mio dispositivo, dal cellulare al server.
Se poi mi venisse in mente di condividere qualcosa, o magari lavorare in gruppo su un documento, un click di mouse ed è fatta.
E se dovesse saltare la corrente o andare giù la connessione? ecco, in quel caso con il metodo classico si finisce nei guai, mentre con la sincronizzazione non succede niente di grave: appena la connettività torna disponibile la sincronizzazione viene portata automaticamente a termine.
La nostra è una società basata sull’informazione e la sua condivisione… non montate più, sincronizzate.

Che è un invito a smettere di pensare legacy.

Finita questa disquisizione passiamo a parlare ancora un po’ di ChromeOS, questa volta visto dall’alto e senza scendere nei dettagli costruttivi.
Ieri, senza saperlo, un lettore di HD Blog ha dato di ChromeOS una definizione corretta: Chrome OS non è un sistema operativo ma un aggregatore di sistemi operativi!
Sotto il profilo tecnoco la definizione è corretta, ma fa pensare a quell’accozzaglia innaturale di Windows 10, nel quale i suoi tre Subsystem (Win32, RT e WSL) non solo hanno caratteristiche grafiche ed operatività eterogenee ma pur vivendo sulla stessa macchina e condividendo il medesimo kernel neppure riescono a “parlarsi”. Al contrario in ChromeOS tutto armonizzato, l’utente non ha interesse alcuno nel conoscere su quale delle sue quattro piattaforme è in esecuzione l’applicazione che in quel momento sta utilizzando.
Ecco, ChromeOS tecnicamente è un aggregatore di sistemi operativi, ma per chi lo usa si tratta di un armonizzatore di sistemi operativi, definizione che magari non sarà tecnica ma lo descrive assai meglio.

Cosa vede chi utilizza ChromeOS? vede un insieme di quattro sistemi operativi dialoganti fra di loro, uniformi sotto il profilo grafico e tra i quali è libero di scegliere in base al proprio gusto ed esigenze.
Fondendo assieme il software del Play Store, le WebApp ed il Linux amichevole del Crostini e magari condendo il tutto con un ampio supporto del Cloud si ottiene una “potenza di fuoco” superiore a quella di qualsiasi OS Desktop di vecchia generazione, ma se poi si vuol proprio spingere il piede sull’acceleratore si attiva anche Crouton, e a qual punto si ha il pieno controllo della macchina fisica.

Però poi uno si mette a pensare… questo sistema è totalmente modulare, quattro oggetti fusi assieme… ma dentro quella VM di Crostini deve starci proprio un Linux? e se invece ci mettessimo un Windows o un MacOS? non è che per caso ci troveremmo con software Windows o Mac fusi alla perfezione con le WebApp ed il Linux del Crouton? Alla fine per il KVM un sistema operativo vale l’altro, bastano un po’ di righe di codice che intercettino le chiamate grafiche e le colleghino a Wayland… per Google roba di un paio di settimane di lavoro.
E se fra tutte le finestre che tengono in esecuzione le WebApp a qualcuno venisse in mente di aprirne una sul Terminal Server della propria azienda?
Vabbè, solo spunti di riflessione ragazzi.
Mi raccomando, smettete di pensare legacy!

Federico