Covid 19 – pochi dati e male acquisiti. Una occasione persa

Un alpinista, prima di scalare una montagna si informa sul dislivello da superare.

Un palombaro non si immerge negli abissi senza una misurazione.

Misurare è stata la prima attività matematica della storia.

Tutti abbiamo appreso a scuola delle misurazioni che venivano effettuate per riassegnare le terre dopo le piene del Nilo.

L’idea della misura è andata di pari passo con l’evoluzione scientifica, culminando con l’adozione del sistema metrico decimale.

Sorella affezionata della misurazione è la statistica, che consente di avere uno sguardo complessivo su fenomeni di una certa ampiezza di per sé non misurabili fisicamente “per intero”.

Ebbene, soprattutto in Italia, per qualche ragione, non si è provveduto ad acquisire una mole ragionevole di dati sierologici sufficiente a farci capire in modo incontrovertibile a che punto siamo nella battaglia contro la pandemia.

Le principali indagini sierologiche sono state due, la prima dell’ISTAT e la seconda dell’ATS di Bergamo.

Ci sarebbero anche numerosissimi test sierologici fatti nell’ambito della medicina del lavoro, soprattutto nella bergamasca, ma non sono pubblicamente disponibili e pare che le aziende sanitarie abbiano imposto la riservatezza.

Entrambe le indagini lasciano, da un punto di vista metodologico, l’amaro in bocca.

Premetto che entrambe erano su base volontaria e ciò già “sporca” il campione di partenza ma, quanto meno, le rende paragonabili.

L’indagine ISTAT comprende un campione di poco più di 64.000 cittadini e, secondo chi l’ha svolta, riguarda un campione normalizzato, ma i criteri di normalizzazione non sono stati condivisi, quanto meno non sul sito istituzionale, ed anche questa è una criticità che non consentirebbe mai la pubblicazione su una rivista scientifica.

Va anche detto che il campione inizialmente previsto era più ampio, ma viene riferita una scarsa adesione.

I dati sono disponibili sul sito dell’ISTAT https://www.istat.it/it/archivio/246156  e ne ho già riferito in un altro articolo. 

In ogni caso, il campione molto esiguo e la evidente endemicità dell’epidemia in alcune zone d’Italia (si pensi a Nembro) rende assai improbabile che  i dati siano affidabili per le aree a maggiore diffusione e con poca omogeneità.

Questa indagine ISTAT, ad ogni modo, stima che solo il 2,5% della popolazione italiana sia stato affetto dal Sars Cov-2 nella prima ondata.

E’ ragionevole ritenere che questa valutazione, come si diceva sopra, possa avere senso per le regioni e per le aree in cui si è verificata una diffusione omogenea del virus, perciò dalla Romagna in giù e nelle regioni del nord in cui si è avuta scarsa diffusione, mentre pare del tutto arbitraria (alla luce della base risibile di persone interessate) per le regioni in cui il virus ha fatto seri danni diffondendosi a macchia di leopardo.

In altri termini, che la prima ondata abbia interessato l’1% degli abitanti, per dire, della Campania è anche possibile, mentre la stima sulla Lombardia non posa su basi razionali perché la diffusione non è stata omogenea neppure su base provinciale, sicché il campione è del tutto insufficiente.

La seconda indagine, con ben altri numeri in rapporto alla popolazione locale, è quella effettuata dall’ATS di Bergamo su   9.965 cittadini e 10.404 operatori sanitari della provincia di Bergamo. Si noti che la provincia di Bergamo ha circa 1.100.000 abitanti, sicché anche il solo campione di 9.965 persone  è intorno allo 0,9% della popolazione residente.

Anche qui la metodologia non è stata resa nota e sembra, stando ai giornali ed alle dichiarazioni pubbliche, che si sia trattata di un’indagine fatta a coloro che lo chiedevano. 

Recenti dichiarazioni dell’ATS implicano addirittura  che sia stata fatta in prevalenza nelle aree endemiche.

Per me, che speravo fosse un’indagine su un campione ampio e normalizzato quanto meno su base geografica e per fascia di età, è stata una delusione apprendere che si tratta del solito spreco di denaro pubblico, per arrivare a dati “sporchi” e poco utilizzabili.

Ad ogni modo, pur fatte le debite premesse sul metodo (non) utilizzato, secondo l’indagine dell’ATS di Bergamo, nella provincia ben il 57% dei cittadini avrebbe incontrato il virus, mentre secondo l’ISTAT circa la metà.

Come chi abbia anche poca dimestichezza coi numeri può ben intendere, la discrepanza è tale da rendere questi dati carta straccia o poco più.

E qui la responsabilità è politica e, essendo la sanità di competenza regionale, la colpa, almeno stavolta, non è certo del solo pur deprecabile governo. Qui la colpa è di tutti.

Ma cosa ricaviamo di serio da questi dati, pur non omogenei e poco affidabili?

  • Contenimento del virus al nord – Le forti fluttuazioni sul territorio nazionale indicano che la chiusura (scriteriata) dell’Italia ebbe come unico macroeffetto statisticamente apprezzabile dalla stessa indagine dell’ISTAT di contenere il virus al nord.
  • Sostanziale inefficacia all’interno delle singole aree dei divieti di movimento: a nord, nelle aree endemiche e semiendemiche  nelle famiglie il virus continuava a trasmettersi vivacemente alla faccia del divieto di andare al supermercato due volte al giorno e di passeggiare al parco. Divieti del tutto inutili, anche perché l’obbligo di mascherina al chiuso, potenzialmente efficace almeno in parte a diminuire la circolazione del virus, ricordo a tutti, fu introdotto ben tardivamente ed il distanziamento nei mezzi pubblici ebbe le stesse tempistiche.
  • Relativa o blanda efficacia dello stesso obbligo di mascherina al chiuso: tra l’altro, visto e considerato che l’obbligo della mascherina al chiuso fu adottato ad aprile, che il tempo medio tra il contagio ed il decesso è (dati ufficiali) di 12 giorni e considerato che la gente continuò a morire in modo cospicuo per tutto aprile e parte di maggio nelle areee a diffusione endemica, anche tale misura, seppure ragionevole, non ebbe apprezzabili risultati nell’immediato. Quanto meno non ebbe risultati evidenti od eclatanti. La mia ipotesi è che non ebbe effetti perché assolutamente tardiva.

Quanto sopra anche perché la chiusura, nonostante la narrativa da lacrime e sangue del governo, fu tutto fuorché totale, né poteva esserlo, sicché impedire la diffusione del virus laddove vi era comunque una consistente mobilità residua di parte della popolazione attiva era velleitario e tale si è dimostrato, alla luce dei numeri disponibili.

Incidentalmente, se guardiamo all’indagine ISTAT e dello scarso o nullo contagio intrafamiliare da bambini ad adulti, ci rendiamo altresì conto di come  uno dei topoi del terrorismo sanitario ovvero “I bambini ammazzano i nonni” sia stato destituito di fondamento ed anche come la chiusura delle scuole sia stata probabilmente inutile. 

Sul punto, da tempo, è disponibile uno studio statistico australiano, purtroppo falsato dal fatto che, pur non essendo le scuole chiuse, fosse stata lasciata la scelta ai genitori di lasciare i figli a casa. Ad ogni modo, anche da tale rilievo statistico emerge con sufficiente chiarezza che puntare alla scuola come ad uno dei principali veicoli di diffusione di questo virus sia stato un abbaglio.

D’altro canto, la recente risalita delle infezioni soprattutto nel sud ed in special modo in Campania è un altro fenomeno che smentisce tutte quelle illazioni sul fatto che il meridione fosse stato risparmiato dalla prima ondata per asserite ragioni climatiche.

Corollario di questi dati è che l’unica misura ragionevole aggiuntiva in questo momento, invece di perdersi in fanfaluche su feste private ed orari dei locali, sarebbe quella di limitare la mobilità tra le regioni o tra aree con indici di contagio non omogenei, non essendoci una seria possibilità di ridurre la circolazione del virus all’interno delle singole aree, salvo l’adozione di insostenibili misure draconiane: del tipo tutti in casa e l’esercito ci porta i pasti.

Ciò perché, si ribadisce, i  numeri dicono che la rozza ed indiscriminata misura del lockdown fu efficace unicamente ad impedire che l’emergenza si espandesse al sud, che era la paura più grande del governo, in considerazione del noto stato di dissesto della sanità di alcune aree e la mancanza di posti letto in terapia intensiva o meno.

Tutte le altre misure adottate in passato e che il famigerato CTS ed ancora più la politica invocano sono delle pezze calde ed hanno dimostrato di non servire a nulla, in quanto nelle aree endemiche il virus ha circolato senza trovare alcun valido ostacolo e ciò a fronte di una irragionevole penalizzazione dell’economia.

Se, all’arrivo dell’estate, proprio si riteneva di limitare la libertà dei cittadini in nome di una supposta efficacia di queste misure, la ragionevolezza avrebbe voluto che ciò accadesse dove i contagi erano stati pochi, ovvero in quelle regioni dove effettivamente il virus, stando all’indagine ISTAT, era stato una rara avis. 

Io ho serissimi dubbi, dopo avere esaminato le statistiche, che questo genere di restrizioni siano efficaci su aree estese e mi sembra che I nostri epidemiologi pretendano di estendere le cautele applicabili ad un paese di qualche centinaia di abitanti a regioni con milioni di persone ma, se si credeva in esse, si sarebbe dovuto blindare l’intero sud Italia almeno a partire da maggio-giugno, per stroncare la diffusione in modo radicale quando I contagi erano quasi nulli. 

Tralascio ovviamente gli effetti che si sarebbero avuti sul turismo e sull’economia e mi limito a seguire la logica della nostra politica secondo cui la diffusione di un virus che, ad oggi, dà circa il 94% di asintomatici, è la priorità assoluta.

Ormai  intervenire con restrizioni ancora più stringenti sulla vita delle persone che abitano nelle regioni che sino a maggio erano state risparmiate dal virus è palesemente inutile, perché è troppo tardi. 

Si potrebbero piuttosto e si sarebbero dovute attuare cautele, anche logistiche, per le persone più fragili, ma il mantra è stato di fermare tutto il mondo per salvare i più deboli, col risultato di non salvare nessuno o quasi.

Il virus farà il suo decorso e sarà una questione di puro carico sanitario.

Basti vedere la Campania dove, con meno abitanti della Lombardia e con la metà dei tamponi, i contagi sono schizzati alle stelle ed alla faccia della politica di pretesa fermezza sanitaria di De Luca.

Col numero di contagi raggiunto, non c’è mascherina o divieto di feste private che tenga, il virus ormai raggiungerà tutti I campani, come ha raggiunto praticamente tutti i lombardi ed altre vaste aree del nord.

Vedremo se le terapie intensive sono state realmente potenziate ed I nostri concittadini del sud avranno quanto meno il vantaggio di conoscere meglio il virus e di dover fronteggiare una percentuale di malati molto bassa in relazione al numero di positivi rispetto alla prima ondata.

Quanto alle aree dove il virus ha circolato allegramente e dove c’è una immunità diffusa, se non di gregge, che risulta sia dalle evidenze statistiche di cui sopra, sia da un generale consenso nella comunità scientifica (vedasi l’intervento del prof. Remuzzi sul Corriere della sera di pochi giorni fa) la sola idea di pensare ad un lockdown è priva di qualunque motivazione razionale.

So che l’intervento è stato lungo, ma ci sono altre  considerazioni statistiche assai interessanti che emergono dalle statistiche dell’ISTAT e dell’ISS di cui si dovrebbe tenere conto.

La percentuale di asintomatici della prima ondata secondo l’ISTAT era il 27% a fronte di una percentuale attuale stimata del 94%.

Questo dato non ha una spiegazione accettata dalla comunità scientifica e, aggiungo io, gli asintomatici  dell’indagine sono semplicemente quelli che si sono definiti tali da sé dopo essere risultati positivi al test sierologico ma, magari, qualche blando sintomo lo avevano.

Ciò può indurre alla conclusione che gli asintomatici della prima ondata potessero essere anche meno del 27% e questo dato cozza in modo incredibile con l’evidenza empirica attuale di un 94% di asintomatici.

O ci sono errori di misura pazzeschi, o il virus è mutato in qualche sua parte, checché ne dicano alcuni luminari. La scusa che la differenza fosse dovuta alla riduzione del numero dei casi non regge più, ora che i casi sono tornati cospicui.

Sono dati ufficiali ricavati da ISS e Fondazione Gimbe.

Decessi diretti ed indiretti da Covid 19: secondo l’ISS sono l’89% e l’11%.

Si tratta di percentuali a dire poco impossibili, perché le morti indirette sono sempre di gran lunga maggiori di quelle dirette.

Basti pensare all’influenza che fa di norma circa 600 morti ufficiali e 8-10.000 morti indirette, con una punta di 20.000 nel 2015 passata sotto traccia nei giornali, ma oggetto di feroci discussioni tra gli statistici.

In altri termini, quando ci sono 600 morti diretti da influenza ed anche solo 8.000 indiretti, i primi sono il 7,5% e i secondi il 92,5%.

Con le stesse proporzioni, dei 35.000 morti di Covid 19, quelli diretti dovrebbero essere poco più di 2.600.

E’ anche vero che il test di positività alla normale influenza non viene quasi mai fatto, ma questa palese sproporzione tra morti dirette ed indirette rispetto all’influenza che, per sintomi e per diffusione ha alcune analogie con la Covid 19, per dirla apertamente, non sta né in cielo né in terra e ce la deve spiegare l’ISS.

Per essere chiari, o ci sono altre parecchie decine di migliaia di morti indirette da Covid 19 che sono sfuggite alle rilevazioni, o la classificazione come morti dirette dell’89% dei decessi è ampiamente sopravvalutata.

Insomma, i numeri che abbiamo supinamente accettato sono incongruenti.

La cosa triste è che diverse persone sono morte, l’economia è stata falcidiata senza motivazioni razionali (persino il CTS era contrario al lockdown generalizzato, come è emerso dai verbali!) e, nel frattempo, non abbiamo nemmeno dei dati seri per capire a che punto siamo in questa battaglia.