Covid-19, qualcosa che nessuno sembra aver visto

Ci siamo presi una lunga pausa, ma è tornato il momento di scrivere. Scrivere perchè in quello che sta succedendo qualcosa non torna; non torna in ciò che ci viene detto e non torna in quello che leggiamo, vediamo e sentiamo.
Non stiamo parlando dei soliti dati sul tasso di letalità, argomento trito e necessariamente impreciso perchè nessuno ha la più pallida idea di quanti siano gli infettati reali, e senza quel dato la stima della letalità è buona per il Lotto.
No, c’è un numero che risalta come una luce in una notte di novilunio ma del quale nessuno sembra accorgersi: il rapporto fra guariti e deceduti.
Essendo una relazione questa non dipende dalle grandezze assolute, come ad esempio il numero dei tamponi eseguiti, la quantità di popolazione, la distribuzione per età e così via.
Il rapporto ci dice semplicemente qual è la tendenza dell’esito dei ricoveri, ossia quanti guariti ci sono a fronte di ogni deceduto per Covid.
Possiamo vedere questo rapporto come “capacità di guarire” delle strutture sanitarie, dove si badi non viene assegnato un punteggio alla bravura ma solo presi in esame dei numeri puri: per ogni cento pazienti che giungono ad un esito, quanti guariscono e quanti muoiono? numeri brutali. Quanto è efficace ai fini della guarigione l’insieme delle misure adottate dal nostro Paese?

Premessa necessaria

E’ utile sgombrare subito il campo da un’osservazione che ci venne fatta quando ormai due settimane fa lasciammo perdere lo studio dei “soliti” numeri che quotidianamente ci vengono propinati per concentrarci unicamente su questa grandezza: il tempo medio di esito positivo (guarigione) sembra essere circa coincidente con quello di esito infausto (morte).
Questo lo si può stabilire con l’analisi dei primi giorni di infezione delle varie regioni.
Ad esempio in Molise abbiamo i primi esiti di entrambi i casi dopo il tredicesimo giorno, in Calabria i primi guarito al settimo giorno ed i primi morti al tredicesimo giorno ed in Basilicata i primi morti l ventesimo giorno e le prime guarigioni quattro giorni dopo, in Umbria le prime guarigioni al nono giorno e le prime morti due giorni dopo. E così via un po’ per tutte le regioni.
Quindi dai dati non appare confermata l’ipotesi secondo cui le guarigioni impiegano più tempo per essere registrate rispetto alle morti. Al contrario, se una tendenza sembra esistere nella media dei dati nazionali è quella di un leggero anticipo degli esiti positivi rispetto a quelli infausti, quindi i dati cumulativi dovrebbero tendere a favorire le guarigioni rispetto alle morti.

Cosa non va

Ciò che non va è davanti agli occhi di tutti: da un ospedale occidentale ci si aspetta un’efficacia nei trattamenti, a meno di non aver a che fare con Ebola o altri morbi di pari gravità, che dia risultati positivi significativamente superiori alle sconfitte.
Ormai abbiamo dati che in Italia si riferiscono ad un periodo ampiamente superiore a quello medio per le guarigioni o morti, dunque significativo, ed una casistica che a livello nazionale ha oltrepassato i ventimila esiti, quindi altrettanto significativa per tracciare una statistica.

Bene, quanto vale il rapporto fra guarigioni e decessi per Covid-19 in Italia? 1.26:1

Quindi non “bene” ma “male”, ad oggi il numero degli esiti positivi è estremamente vicino a quello dei negativi, sembra quasi che una volta ricoverati si abbiano quasi le stesse probabilità di vivere o di morire!
E nel resto del mondo? ora lo vediamo.

Prima analisi, totale mondiale compresa l’Italia

In questo caso abbiamo un rapporto guariti/deceduti pari a 4.38:1

Seconda analisi, mondo esclusa l’Italia

Questa analisi si rende necessaria per due ragioni: la prima, banale, è che per confrontare il dato italiano con quello del resto del mondo occorre sottrarre il dato del nostro Paese; la seconda, ahimè, è che per il Covid l’Italia ha un peso talmente grande che per studiare il fenomeno a livello globale essa va sempre scorporata.

In questo caso abbiamo un rapporto guariti/deceduti pari a 5.76:1

Terza analisi, mondo escluse Italia e Cina

Questa analisi si rende necessaria perchè sembra ormai assodato che la Cina abbia avuto qualche problema di comunicazione dei dati reali.

In questo caso il rapporto guariti/deceduti è pari a 3.27:1

Lo strano caso delle Marche

Studiando i dati delle singole regioni si notano diverse disomogeneità apparenti dei dati, ma in genere si tratta solo di numeri troppo piccoli  per essere significativi; quando il numero sale si assiste quasi sempre ad un riallineamento. Quasi, perchè nelle Marche sembra succedere qualcosa di diverso.
Nelle Marche a fronte di 3684 contagiati, numero significativo, e 417 decessi, purtroppo significativo anche questo, si registrano solo 16 guarigioni.
Significa un rapporto guariti/deceduti che ha come prima e seconda cifra degli zeri!

Prima conclusione

Da questi dati risulta evidente che gli esiti ottenuti fino a questo punto dalla sanità italiana sono peggiori della media del resto del mondo tra 2.6 e 4.6 volte… diciamo che abbiamo risultati peggiori di 3.6 volte (conto della serva), e questo nonostante l’Italia sia il Paese che più ha confinato la sua popolazione, sospeso le attività produttive e bloccato il commercio.

Confronto con Francia, Spagna ed Inghilterra

Ritengo importanti questi tre confronti perchè nei primi due casi si tratta di due Paesi che hanno adottato misure molto simili alle nostre ed un terzo che al contrario mostra nei telegiornali parchi pieni di giovani coppie che godono il primo sole primaverile.

Francia
La Francia ha un rapporto guariti/deceduti pari a 2.62:1

Spagna
La Spagna ha un rapporto guariti/deceduti pari 2.17:1

Inghilterra
L’Inghilterra ha un rapporto guariti/deceduti pari a 1.26:1… identico al nostro!

Conclusione di Federico:

Dall’analisi spassionata dei dati, ossia accantonando la consapevolezza che questi sono morti e non numeri puri, pare evidente che se l’intento era quello di rallentare la progressione dei contagi allo scopo di evitare l’intasamento delle strutture sanitarie, beh… questo non ha funzionato.
Non solo la nostra “capacità di guarire” è non di poco peggiore rispetto alla media mondiale (comunque si voglia calcolare tale media) ma paradossalmente è la stessa dell’unico Paese con numero di contagi significativo  non aver adottato misure di distanziamento sociale.
Se poi vogliamo sbizzarrirci nello sport nazionale, che è la stima del tasso di letalità, e combinare i due dati, beh allora non solo pare aver fallito il tentativo di salvaguardare dall’intasamento gli ospedali ma sembra essere decisamente fallimentare l’intera politica di blocco totale.
Per quel che può valere (obiettivamente poco) L’Italia ha un tasso di letalità pari a 11.35% contro una media mondiale del 4.81%. Evito di rifare tutti i calcoli con gli scorpori perchè si ripeterebbe la stessa storia del precedente. Quindi non solo i nostri ospedali sono quelli che garantiscono i peggiori risultati, ma anche il numero dei morti rispetto ai positivi individuati è più che doppio rispetto alla media mondiale.
Insomma stiamo fallendo in tutto, comunque lo si guardi. E visto che questo blocco totale porterà con tutta probabilità il nostro Paese alla catastrofe finanziaria ed economica, se fossi un politico di rilievo alla luce di questi dati (che ritengo improbabile non siano stati notati dal Governo) mi chiederei se realmente quella scelta sia la strada giusta.
Ossia: se i risultati sono questi, vale la pena rischiare il default?

Conclusioni di Massimiliano
Quando io e Federico abbiamo cominciato a confrontarci sul Covid-19, le nostre posizioni erano come al solito opposte.
Lui, convinto assertore della supremazia dei numeri, sosteneva che a nulla serviva il contenimento perchè presto o tardi ci saremmo infettati tutti; io, al contrario, affermavo che l’isolamento era l’unico modo per evitare il contagio e limitare gli accessi alle terapie intensive così da non sovraccaricare il sistema Paese.
Con il passare dei giorni però il dato guariti/deceduti ha cominciato a colpire anche me.  Mi sono chiesto come fosse possibile che, dopo quasi un mese di pandemia, la possibilità di vivere o morire  fosse praticamente assimilabile al lancio della monetina.
I dati esaminati (onore al merito a Federico per le sue analisi)  non lasciano ben sperare anzi gettano un’ombra piuttosto fosca sulla gestione della crisi e sul sistema sanitario.
A meno che…
Ecco l’ipotesi che io suggerisco sta nel fatto che i deceduti non siano, in realtà, deceduti in ospedale. O meglio siano arrivati in ospedale quando ormai per loro non c’era niente da fare. E lo dico tenendo presente un altro dato: in Lombardia fino a pochi giorni fa i letti in terapia intensiva erano 724; all’11 marzo i ricoverati per COVID-19 erano 560; il 12 marzo erano 605.
Oggi sono 1323 su 1600 posti letto.
E’ chiaro che molte persone muoiono a casa.
Però questo non depone comunque a favore del Governo e dell’SSN.
Significa, al contrario, che proprio la finalità prima delle misure di isolamento ossia limitare i contagi è stata perseguita nel modo sbagliato.
Non si sono potenziate,  all’inizio della pandemia, le terapie intensive.
Non si è avviata una partecipazione attiva dei medici di base se non in alcune regioni (Veneto, ad esempio).
Non si sono individuati strumenti  idonei a garantire una sorveglianza attiva dei malati presso il domicilio.
Tutto cio’ che, al contrario, ha fatto la Germania (La strategia tedesca per combattere il virus.
Infatti, là hanno pochissimi morti (583  Dati Robert Koch Institute).
Ed allora che fare: non lo so. Credo che, a questo punto, dovremo e potremo solo aspettare. Di venire infettati o forse di scamparla.
Il lancio della monetina appunto.

Federico & Massimiliano