Delle mascherine e di altre storie sui marziani (i Visitors a Palazzo Chigi)

Mascherine e marziani?

Che c’azzecca dirà chi si appresta a leggere questo articolo.

La malcelata ironia è riferita alle misure che il nostro Governo si appresta a varare per la c.d. “Fase 2”.

Che non sarà un libera tutti, ci rassicura Conte.

Ma che evidenzia, ancora una volta, plasticamente il distacco tra i nostri governanti e la realtà.

Partiamo proprio dalle mascherine.

Non vi racconterò delle variazioni che sul tema ci sono state da gennaio ad oggi.

Penso ricordiate tutti questa frase: “Le mascherine non servono se si rispetta il distanziamento sociale”.

A pronunciarla non è stato Trump (a proposito complimenti per le iniezioni con il disinfettante) ma il nostro capo della Protezione Civile (Mascherine non servono).

E non le ha pronunciate all’inizio della pandemia ma il 3 aprile scorso.

Ora sembra che il nostro Governo voglia rendere obbligatorie le mascherine per tutti ed in ogni occasione in cui sia impossibile rispettare il distanziamento sociale.

Solo che…

Solo che il rispetto del distanziamento sociale è uno dei requisiti pretesi dallo stesso Governo per consentire la riapertura delle attività.

Ecco quindi che il cittadino ma anche l’imprenditore si chiede: posso andare al lavoro/riaprire l’attività anche se non riesco ad assicurare il distanziamento sociale?

Vi è poi la questione dell’approviggionamento delle mascherine.

Colao dice che torneranno al lavoro circa 2,7 milioni di individui oltre a quelli che non hanno mai smesso (Colao: tornano al lavoro 2,7 milioni di lavoratori).

Secondo il Tempo servono 7 milioni di mascherine al giorno (solo per quelli che lavorano).

Ne abbiamo 4.

Su base mensile (se è vero che si immagina una settimana di sette giorni lavorativi), significa un gap iniziale di 90 milioni di mascherine.

Cui dovranno poi aggiungersi quelle necessarie per le ulteriori attività che riapriranno tra l’11 ed il 18 maggio.

Chi deve assicurare la fornitura?

Non può certo chiedersi al piccolo negozio di affrontare l’esborso di migliaia di euro al mese per garantire le mascherine ai clienti.

E comunque se non riesce a fornire mascherine a tutti i potenziali clienti, che fa?

Chiude il negozio e manda indietro i clienti??

Alla faccia del rilancio dell’economia.

Veniamo poi alla questione relativa al distanziamento sociale.

Parlavamo ieri con Federico della questione relativa ai bar ed ai ristoranti.

Ora, vi immaginate di stare decine di minuti in piedi, fuori da un locale aspettando che di poter entrare?

Perchè ovviamente non è che il ristoratore potrà dire a chi è dentro: “Ehi muovi il sedere e finisci in fretta?”.

Una frase del genere, nella migliore delle ipotesi, porta il cliente a non tornare più.

Che poi, almeno per la mia esperienza, non è che i bar di una cittadina media abbiano questi spazi incredibili.

Vedo piuttosto difficile garantire la distanza di uno o due metri tra un tavolo e l’altro.

Ma anche se fosse possibile, davvero immaginiamo che un imprenditore prostrato dalla crisi, decida di riaprire – incassando forse la metà di prima- a pieno organico?

Passiamo poi ad un altro aspetto: il necessario rapporto di uno ad uno che dovrà intercorrere nei negozi di estetista e parrucchiere tra titolare e cliente.

Questo significa che, per  tutti i dipendenti del settore, sarà “Arrivederci amore ciao”.

E probabilmente anche la stessa titolare dovrà chiudere.

Secondo Fitch (Tasso di disoccupazione Italia 2020), la disoccupazione italiana aumenterà dal 10 al 12,1%; secondo Goldman Sachs (Tasso disoccupazione italia 2020 – 2), la disoccupazione salirà addirittura al 17%.

Stiamo parlando di minimo 500 mila disoccupati in più.

Non sono un commercialista nè uno statistico e dunque non mi azzardo ad esporre dei conteggi sul maggior onere per le casse dello Stato ma non credo possa essere, su base mensile, inferiore ai 300-400 milioni di euro.

Bazzeccole direte voi.

Certo ma sono sempre spese in più che richiederanno ulteriori scostamenti dal deficit, etc, etc…

A voler tacere ovviamente dello stato di indigenza in cui si troveranno gli autonomi impossibilitati ad accedere ai vari sussidi statali.

C’è un altro aspetto di queste misure che evidenzia come il Blob si sia oramai impadronito di Palazzo Chigi.

Parlo della rilevazione della temperatura dei clienti all’ingresso dei negozi o degli uffici.

Ora, allo stato la misura richiede necessariamente che l’interessato presti il consenso e, qualora i dati siano conservati, sottoscriva l’informativa sul trattamento che gli viene sottoposta.

Che accade se il Cliente/dipendente non presta il consenso? Lo caccio? Non lo faccio entrare in azienda?

E’ chiaro che appare necessaria una modifica legislativa che certo non può essere introdotta con un DPCM perchè, impattando sulla privacy, richiede un intervento di rango primario e dunque una legge.

Il che significa, per capirci, che per il 4 maggio dovremo munirci tutti di termoscanner.

Ma la cosa davvero più ufo di cui sento parlare è la rimodulazione del trasporto pubblico.

Ora, chiunque viva in città, sa benissimo che metropolitane, autobus sono quasi sempre affollati.

Non è questione di ore di punta.

E’ che proprio talune persone, soprattutto nel centro città, si muovono con l’autobus.

Fine.

E chiunque viva nel mondo reale sa benissimo che le aziende municipalizzate restano in vita solo alla disponibilità di risorse pubbliche.

Leggo testualmente dal bilancio di T.E.P. Spa (azienda dei trasporti pubblici di Parma): “…Il settore del trasporto pubblico locale, finanziato in buona parte dal sistema pubblico, risente della erosione della disponibilità di risorse pubbliche, che hanno portato ad una riduzione dei trasferimenti alle regioni ed agli enti locali.
I contributi che le norme di legge riconoscono alle aziende del TPL a copertura dei maggiori oneri di malattia sopportati dalle aziende a seguito dell’abrogazione dell’allegato B al R.D. 148/31, collegati ai residui dei capitoli di spesa del bilancio dello stato, nel 2018 sono resi più incerti per la annunciata destinazione delle stesse risorse agli interventi sulla sicurezza delle infrastrutture viarie…”
(Bilancio 2018 Tepa).

Ora, immaginare di:

-ridurre i posti per ciascuna corsa;

-prevedere, a parità di orario e retribuzione del personale, maggiori corse dei bus o delle metrò

è, come dire, utopico.

In ogni caso, anche ipotizzando che ci si riesca, come si può conciliare tale decremento dei posti con l’aumento necessario e correlato del traffico privato?

Si vuole forse ipotizzare che i centri storici vengano riaperti alle auto?

Così non morirermo per il Covid 19 ma per le polveri sottili? (esagero, lo so, ma credo serva a rendere l’idea).

Sarebbe non solo la sconfessione di trent’anni di politiche ambientaliste ma anche una sciocchezza dal punto di vista economico.

Non si può infatti tacere che una parte importante delle entrate dei Comuni deriva proprio dalle sanzioni amministrative comminate per la violazione delle famose ZTL.

Abolirle implica ridurre il gettito comunale.

Ed infatti, il sindaco di Roma ha subito battuto cassa (ok è la Raggi ma lasciamo perdere un attimo la persona).

Siamo dunque in presenza di una serie di misure “deliranti” che non hanno nè capo nè coda e che soprattutto hanno più controindicazioni di quanti benefici arrechino.

Cosa fare allora?

Federico conosce la mia posizione: tutti a casa sino a quando non si arriva a contagi zero.

So benissimo che è una posizione minoritaria e che non ha nessuna possibilità di venire attuata.

Però francamente, vedo molto difficile la ripartenza sulla base dei presupposti che ho illustrato.

Massimiliano