Disobbedienza civile. Il punto di rottura dell’ordinamento positivo

Parlare di disobbedienza civile significa toccare il punto di rottura dell’ordinamento giuridico positivo.

Da secoli si è oramai affermata la teoria “positivistica” del diritto per cui la norma è ciò che, sulla base di determinati procedimenti, stabiliscono i soggetti cui compete la relativa autorità.

Ai nostri fini è piuttosto irrilevante se l’Autorità sia legittima come accade nei regimi democratici o nasca da semplici rapporti di forza e sia dunque mera esteriorizzazione di un potere di fatto come perlopiù accade all’inizio di un regime dittatoriale.

Per comprendere cosa si intenda per “disobbedienza civile” occorre, tuttavia, fare un passo indietro e risalire alla Grecia di Pericle. E di Sofocle.

Il grande autore greco si interroga, nell’Antigone, sul conflitto tra le leggi dell’uomo e le leggi degli dei.

In realtà, la figura di Antigone sembra rivendicare uno spazio di autonomia a quelle che, oggi, definiremmo “formazioni sociali” ed in particolare alla famiglia.

Ad ogni buon conto, il quesito di fondo dell’anziddetta tragedia è il seguente: l’uomo può disobbedire alle leggi poste da altri uomini per onorare e rispettare le leggi degli dei ed in generale le leggi che si ritengono immanenti nella natura umana?

La risposta emerge con forza dirompente dal finale della tragedia: la possibilità esiste ma ciascuno degli attori interessati deve avere la piena consapevolezza che vi sarà un prezzo da pagare e non solo nel privato dei protagonisti

La disobbedienza civile comporta, infatti, anche  la rottura dell’ordinamento giuridico positivo

Facendo un salto di qualche millennio, l’esistenza – nella società moderna – di diritti che trascendono il diritto positivo viene ordinariamente collegata alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino proclamata dall’Assemblea Nazionale francese il 26 agosto 1789.

Il preambolo di tale dichiarazione (Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino) afferma che: “…I rappresentanti del popolo francese costituiti in Assemblea Nazionale, considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti dell’uomo sono le uniche cause delle sciagure pubbliche e della corruzione dei governi, hanno stabilito di esporre, in una solenne dichiarazione, i diritti naturali, inalienabili e sacri dell’uomo…”.

Di tale enunciazione vi era tuttavia già traccia nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America del 04 luglio 1776 (Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America ) – laddove si ricorda che “…tutti gli uomini sono creati eguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di certi Diritti inalienabili, che tra questi vi siano la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità…”.

Il tratto paradossale di entrambe queste dichiarazioni è che esse pongono i diritti “naturali” degli individui come limite all’esercizio dei pubblici poteri – senza, tuttavia, stabilire se ed in che misura il cittadino ha diritto di trasgredire leggi, regolamenti od ordini che tali diritti violino.

Lo stesso accade per la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo adottata dalle Nazioni Unite (Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo) il cui articolo 1 stabilisce che: “…Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza...”.

Tutto bellissimo vero?

Peccato che dal 1789 ad oggi, le violazioni dei cd diritti naturali dell’uomo si siano susseguite.

Ed allora si pone il problema di comprendere se il singolo cittadino ha il diritto di trasgredire una legge ingiusta perchè in conflitto con i suoi diritti naturali e quali siano le conseguenze eventuali di tale violazione?

Il quesito implica, nella sua formulazione, già un primo problema e cioè comprendere chi decide se una legge è ingiusta e soprattutto in base a quali parametri.

Il problema sia chiaro si pone anche per quelli Stati che, similmente al nostro, hanno degli organismi costituzionali deputati ad operare questo sindacato.

Mi spiego: in Italia, la Corte Costituzionale decide se una legge ordinaria, statale o regionale, contrasta con la Costituzione o con le norme europee.

E se la Corte decide che la legge è costituzionale?

Io cittadino ho ancora diritto a trasgredirla?

Mi viene in mente il caso Cappato (Cappato e Dj Fabo) e la sentenza della Corte Costituzionale che ha legittimato in taluni casi l’aiuto al suicidio.

Ora,  cosa sarebbe accaduto se la Corte Costituzionale avesse dichiarato la legittimità della norma penale italiana?

Immaginiamo che Cappato sarebbe stato condannato.

Ma ciò avrebbe reso la norma giusta e quindi legittima agli occhi di Cappato e di chi come lui (e come me) ritiene che lo Stato debba farsi i fatti suoi in tali vicende?

Ora è chiaro che, in questo specifico caso, se avessimo dovuto valutare l’agire di Cappato sulla base della Dichiarazione francese o americana, dovremmo concludere per la contrarietà dell’aiuto al suicidio anche al diritto “naturale”.

Se, al contrario, la esaminiamo sulla base della Dichiarazione Onu del 1949 – potremmo certo sostenere che una vita vissuta nelle condizioni di Dj Fabo non è una vita dignitosa (sto argomentando una possibile tesi; non esprimendo un giudizio, sia chiaro).

Il punto è che il cittadino comune probabilmente non conosce la Dichiarazione del 1949 e sicuramente sconosce le dichiarazioni americane e francese.

Ed allora, come fa a determinarsi sulla giustezza o meno del proprio agire rispetto ai suoi diritti naturali?

Sulla scorta di quali valutazioni perviene ad affermare che una legge è ingiusta?

Devo dire che non ho risposte certe anche se un’idea me la sono fatta.

Credo che il cd diritto naturale dipenda molto dall’idea di società che abbiamo in mente.

Per alcuni, una società inclusiva, ad esempio, legittima il necessario soccorso in mare di tutti i migranti che cercano di approdare in Italia anche violando leggi nazionali legalmente adottate (Sea Watch 3 sfonda blocco ); per altri, ad esempio, appare più importante tutelare l’identità nazionale o comunque privilegiare i cittadini o i residenti. Di conseguenza, per loro, è giusto procedere altrimenti nel caso che ho appena illustrato.

Per alcuni, la vita è un valore supremo e va tutelata contro ogni tentativo di “sopprimerla”; per altri, è una condizione transeunte di cui possiamo disporre liberamente quando non ci soddisfa pienamente.

Nessuno di questi punti di vista è in sè giusto o sbagliato.

Sono punti di vista “relativi” come, per arrivare alla conclusione del presente articolo, è “relativo” il concetto di disobbedienza civile.

Quello che, secondo me, assume maggior rilievo sono le conseguenze che derivano dalla disobbedienza civile.

Personalmente credo che chiunque disconosca la legittimità di una norma ,  sulla base di un convincimento ideale forte ed argomentato, debba andare esente da punizione.

Non voglio dire sia chiaro che sia sufficiente richiamarsi a posizioni da altri sostenute e portate avanti.

Ritengo che l’Autorità chiamata a reprimere o a sanzionare tali condotte debba accertare l’introiettamento profondo di tali comportamenti da parte dell’Autore.

E ciò può accadere mediante verifiche accurate sul comportamento esteriore dello stesso.

Disegno/descrivo lo Stato etico nazionalsocialista?

Tutto il contrario.

Là era lo Stato che decideva cos’era meglio per l’individuo.

Qui l’individuo ha titolo per contestare la legittimità delle scelte politiche.

Diventa protagonista della propria etica che, tuttavia, non può rimanere nella sfera interiore.

Per divenire apprezzabile deve, per così dire, “uscire fuori”.

Mi vengono in mente i manifestanti americani contro la guerra nel Vietnam o gli obiettori di coscienza italiani.

Ecco, per loro “la guerra” od il semplice “servizio militare” trovavano fondamento in leggi ingiuste.

La loro disobbedienza ha segnato un punto di rottura dell’ordinamento positivo.

Meritavano e  meriterebbero tutt’ora di andare esenti da punizione.

Massimiliano Aita