Dopo ogni salita c’è una discesa, quasi sempre

Se dovessi far parlare la me poco femmina, poco tecnologica e poco scaricatore, rimarrebbero molti pensieri inespressi, sospesi tra l’intenzione di farlo e l’incapacità di dare loro una forma gradevole, o perlomeno peculiare.

Volendo prescindere dal Tribrido che alberga in me (domicilio e residenza completi, che miracolosamente coincidono- nonostante disturbi bi/tri-polari) resterebbero parti della sottoscritta da approfondire nella sezione: passioni. Ovviamente non parlo di quelle riconducibili alla me una e trina (femmina: trucchi, scarpe, borse, abbigliamento, intimo; uomo: tecnologia, cellulari; muratore egiziano: sbronze, linguaggio inappropriato – per limitarmi soltanto ad alcune cose) ma della parte più insospettabile. Una su tutte? Sono una runner.

Va beh, ora proprio runner non direi. Diciamo che mi piace fingere di esserlo, nonostante la condropatia bilaterale, il fiato corto e un odio violento per i cambi di pendenza. I percorsi più adatti ai miei acciacchi sono quelli pianeggianti e veloci, quindi Roma non fa per me. Lo sostengo da una vita di non essere nata per vivere questa città ma nessuno mi ha ancora dato retta, o una spinta per cacciarmi.

Comunque, ieri c’ero anche io nonostante l’odio per le salite, le buche, i sanpietrini, e gli altri partecipanti (scherzo!). Ci ho messo 10 secondi in più della Deejay Ten di Milano dell’8 ottobre ma almeno ho riportato a casa le gambe. Ho pagato lo scotto della prima salita (Via Petroselli – Piazza Venezia), della seconda (Viale delle Terme di Caracalla) e del lieve e costante dislivello da Via della Piramide Cestia a Viale Aventino. In pratica sono un cesso cosmico che se riconsola co’ l’ajetto: almeno cammino.

Tempo migliorato da un concetto piuttosto lapalissiano: dopo ogni salita c’è una discesa, almeno così dovrebbe funzionare sempre. Infatti ho messo metaforicamente le ali ai piedi (visto che quelle letterali e materiali, di un vivace color arancione, sono già allacciate alle scarpe da qualche settimana).

Ammetto di averla chiusa contenta anche se porterò sempre con me alcuni interrogativi ai quali non avrò mai risposta, del tipo: perché fate la cacca nei bagni chimici rendendoli inutilizzabili almeno fino alla successiva disinfestazione?

Au revoir, e se mi doveste incontrare sgambettante nei miei tights della Nike dai colori più improbabili, con ai piedi un paio di ancor più improbabili Brooks fermatemi (tanto ci riuscirebbe anche un bambino di cinque anni).