La riforma della prescrizione e gli errori dell’avvocatura

Il 1 gennaio 2020 entra in vigore la riforma della prescrizione.

Cosa significa?

Che dopo la sentenza di primo grado, nessun imputato potrà beneficiare del decorso del tempo per venire assolto.

Si tratta di una riforma epocale, più volte invocata dall’Ocse e che ci allinea – nella sostanza – agli altri Paesi Europei (Spagna, Francia e soprattutto Uk).

L’avvocatura italiana ha fortemente avversato l’entrata in vigore della riforma.

Con tale atteggiamento, purtroppo, i Colleghi hanno dimostrato  – ancora una volta  – il proprio totale scollamento dalla realtà.

Per tacere dell’assoluta incapacità di comprendere le pulsioni della società in cui opera.

In particolare, l’avvocatura ha sottolineato come  la riforma Bonafede sia inutile se non addirittura perniciosa.

Infatti, la prescrizione si produce  in buona parte nelal fase delle indagini preliminari.

Secondo gli esimi Colleghi penalisti, la riforma Bonafede  prefigura la possibilità che un cittadino venga sottoposto a processo per l’eternità.

Addirittura si ipotizza la violazione della norma costituzionale sulla ragionevole durata del processo.

La tesi è, come dire, quantomeno azzardata.

In primo luogo, facciamo il test inverso.

Nel 2005 la legge Cirielli ha significativamente ridotto i termini di prescrizione dei reati.

Mutatis mutandis, i tempi di durata dei processi devono essersi abbassati. O no?

No!

Lo dimostra il Dossier Studi del Senato datato 2013 (Dossier studi senato su amministrazione giustizia )

In realtà, la durata media dei procedimenti penali è aumentata significativamente in Corte di Appello ed è rimasta stabile nei Tribunali.

Se analizziamo quest’altro grafico (Statistiche Ministero Giustizia 2014-2017) notiamo un dato interessante: dal 2014 al 2017 il numero dei procedimenti pendenti in Tribunale a rischio legge Pinto (ossia di durata ultratriennale) è aumentato.

Perchè?

La risposta è semplice: la riduzione dei tempi di prescrizione.

E’ evidente che il cittadino imputato ha meno interesse ad accedere a riti alternativi (patteggiamento od abbreviato) quando può sperare nella scappatoia della prescrizione.

Questo, ovviamente, aumenta il numero di procedimenti penali per i quali si svolge il rito ordinario e produce un ingolfamento dei tribunali.

Siamo dunque proprio in una situazione opposta a quella descritta dall’avvocatura militante.

Un altro profilo va analizzato: perchè un giudice od un cancelliere dovrebbero rimandare sine die la trattazione di un processo?

Non bisogna dimenticare che la riforma Bonafede non incide sulla c.d. Legge Pinto.

Di conseguenza, eventuali sforamenti dei limiti indicati per la trattazione dei processi penali (tre anni in primo grado; due anni in appello ed un anno in Cassazione) comportano responsabilità anche disciplinare del magistrato ed in generale del pubblico dipendente (Responsabilità disciplinare del magistrato).

Certo, che i processi in Italia durino molto è incontestabile.

Ma forse bisognerebbe chiedersi perchè? Magari perchè abbiamo tre gradi di giudizio? Magari perchè, in caso di misura cautelare, se ne sovrappongono altri due?

O forse perchè in Italia sono sanzionate penalmente decine e decine di condotte assolutamente prive di efficacia offensiva (si pensi alla falsa autocertificazione: nel momento in cui la rilevi, mi togli il beneficio o mi escludi dalla gara e mi commini una multa. Che senso ha aprire un procedimento penale?).

Ecco, se l’avvocatura avesse impostato la battaglia su questi temi, sicuramente avrebbe ristabilito una connessione con i cittadini.

Invece, come al solito, facciamo battaglie di retroguardia.

Che ovviamente perdiamo.

Massimiliano Aita – Avvocato