Le Bucoliche baresi

La notte è vecchia, la luna non si scorge più e le stelle non salutano.
Giugno, cielo terso ma alle 4 il freddo punge sempre. Stringo le spalle nel giubbotto di jeans e aspetto l’auto per il primo giorno di lavoro; arriva dopo una ventina di minuti.
“Ehi giovine, sei tu Danny?” chiede, affacciandosi al finestrino.
“Sì, te sei Oronzo?” rispondo.
“Song ji” ribatte. “Me, mouv’t ka je tard”.
L’auto è una Punto primo modello, color arancione. Appena salito le narici vomitano dal tanfo dei sedili, un odore che punge il cervello e si sedimenta.

Tempo 15 minuti e Oronzo raccoglie altri membri della squadra, in tutto siamo 7 maschi nell’auto.
Prima tappa, l’autogrill. Tutti i miei compagni si dirigono alla cassa e ordinatamente domandano: cappuccino, cornetto, 2 pacchi di sigarette e un gratta e vinci; spesa complessiva media: 15€.

Arriviamo al fondo alle prime luci dell’alba e vedo la squadra al completo per la prima volta: uomini e donne di ogni età, dai 20 ai 60, chiassosi come solo i baresi sanno essere, tutti con lo stesso odore pungente che mi ha colpito in macchina che trasudava dai vestiti anche se a me pareva fosse una seconda pelle.

Il lavoro è molto semplice: osserva il grappolo d’uva, togli gli acini più piccoli per permettere ai più grossi di crescere, stai attento alle malattie della pianta.

“Però, eh, na seit lavann!” (“però, mi raccomando, non la lavate!”) raccomanda Oronzo.
Sono capitato con un uomo di mezza età, circa 50 anni, a cui chiedo spiegazioni. Prima scrolla le spalle, poi spiega: “se ti stai troppo sulla grappola le mani levano tutto il veleno e poi devono pompare di più”.
A saperlo portavo almeno un paio di guanti…

Il lavoro inizia, una noia mortale. Guarda, togli, togli, guarda. Dopo pochi secondi già ero pregno di quell’odore orrendo, comunemente chiamato “odore della campagna”, in realtà odore di veleno.

Il lavoro è a coppia: un filare, una coppia. La velocità è essenziale: più tempo la squadra impiega per finire il lavoro e più il padrone sarà costretto a pagare, quindi l’espressione “lavorare in pace” è semplicemente bandita.

I caporali camminano avanti e indietro il filare, urlando in continuazione: “main da rajt!”, “main i ma’n a l’ouv!” (“in fretta quelli indietro!” , “forza con la mani sull’uva”).
Sei ore di lavoro, sei ore di urla quasi continue. Avanti e indietro mentre gli operai lavorano senza sosta, con la mani tese come in preghiera e la schiena piegata per raggiungere le zone più alte. Un controllo minuto per minuto, le uniche pause concesse erano per urinare (niente bagni ovviamente, c’è il terreno…) e per mangiare velocemente un boccone, ovviamente in piedi e in zona di lavoro.
I più lenti, ovviamente, continuamente derisi e insultati dai caporali.

Il mio compagno di filare non parla, fuma. Mani in alto e sigaretta in bocca, senza toglierla mai: inspira ed espira fumo, una ciminiera.
Il rito è costante: prende il pacchetto con la mano sinistra, china il capo per addentare la sigaretta direttamente dal pacco, lo ripone con la medesima mano mentre contemporaneamente usa l’accendino con la destra: un giocoliere dell’arte del fumo.

Dopo un paio d’ore la noia inizia a tramutarsi in disperazione e cerco disperatamente di parlare un po’ con questa macchina fatta uomo.
“Allora sei di Bari?” chiedo.
Alza gli occhi, scrolla le spalle e, senza togliere la sigaretta dalla bocca (ma come fa?) mormora: “Sì, Bari Japigia”.
E’ un inizio… “Sei sposato?”
“No, divorziato”.
“Ah, da molto?”
“Qualche anno”.
Una conversazione meravigliosa ma non mi dò per vinto.
“Ha figli?”
“Sì, due bambine. Una fa le elementari e l’altra le superiori. Quei cazzo di abbonamenti del treno costano uno stipendio!”
“Eh sì, lo so… Ma lei fà un altro lavoro, oltre al bracciante?”
“No, so’ disoccupato. Non ne sta lavoro, meno male che Oronzo mi ha trovato questa cosa qui, l’estate si guadagna bene in campagna e il padrone paga subito, meno male”.
Ah, si guadagna bene: figuriamoci in inverno…
Detto questo riprende ad aspirare fumo a pieni polmoni lasciandomi solo con il verde dell’uva, la puzza di veleno e la noia.

La mattinata sta per finire, sono le 11:30 e fa caldo, il Sole inizia a picchiare e gli insetti si attaccano al sudore quando vedo tutti correre verso l’altro fondo.
Ma che cavolo… corro anch’io ma non sono così rapido e capisco il perché della fuga: mi becco una doccia di veleno che il trattorista, vestito con una tuta da benzinaio e senza alcuna maschera, aveva appena iniziato a pompare.
Neanche io pensavo di conoscere così tanti improperi e bestemmie.

A questo punto Oronzo ci richiama: “Me’, abbiamo finito. Chi vuole restare il pomeriggio vada al fondo di Colino (diminutivo barese di Nicola), gli altri con me”.

La giornata, per me, è finita.

La paga ammonta a 28€, poco più di 4€ l’ora, tutto rigoramente in nero.
Per chi resta il pomeriggio la paga sale a 42€ per 9 ore, sotto il sole delle ore più calde della giornata (13:00-16:00) e con il pranzo a spese dell’operaio.
Certo, la paga per un barista spesso varia dai 600 ai 900€ sempre a nero quindi sì, effettivamente si guadagna bene in estate ma è un’altra storia…

Danny #ἡδονή