Paolo Rossi era un ragazzo come noi.

Paolo Rossi era un ragazzo come noi.

Così recita il famoso verso di una delle più famose canzoni di Antonello Venditti (Giulio Cesare Testo canzone)  .

Certo poi Antonello ha spiegato che il verso non si riferisce al calciatore ma, ai fini del presente articolo, chissenefrega.

Stanotte mi sono svegliato alle 3.15, ho guardato le notizie ed il mio cuore si è fermato, la mia mente annebbiata non riusciva più a connettere.

Paolo Rossi è morto.

Pablito non c’è più.

Paolo Rossi, per quelli come me che hanno tra i 48 ed i 55 anni, rappresenta il simbolo indelebile della propria adolescenza.

Più delle modelle delle riviste.

Il 5 luglio del 1982 non avevo ancora 12 anni.

Alle cinqo della tarde (mai orario di una partita di calcio fu più evocativo e simbolico), l’Italietta – che aveva sì vinto con l’Argentina 2-1 ma veniva da un girone di qualificazione ove solo grazie ad una probabile combine era riuscita a qualificarsi al turno successivo – compì l’impresa calcistica più grande di tutti i tempi (a parte l’Urugay che batte il Brasile nel Mondiale del 1950).

Il Brasile annoverava tra le sue fila Zico, Socrates ed altri ottimi giocatori.

L’Italia aveva, in attacco, un ragazzino – rimasto fermo tre anni per il calcioscommesse.

Paolo Rossi era magro, deperito, emaciato: un ectoplasma.

Almeno così lo vedevamo tutti.

Fino a quando, sul cross perfetto di Cabrini, Paolo Rossi svettò in aria e con un fantastico colpo di testa insaccò alle spalle di Valdir Peres.

Per me, tuttavia, Rossi è quello del secondo gol: errore clamoroso (da espulsione immediata dalla scuola calcio) di un difensore brasiliano che “la tocca piano” verso l’interno del terreno di gioco; Rossi si avventa come uno sparviero sul pallone e vola, libero, bello e giovane verso la porta del Brasile.

Ah quale sublime, poetico ed irragiungibile godimento nel vedere il Brasile in ginocchio quel 5 luglio 1982.

E poi, in finale, i tedeschi.

Il rigore sbagliato da Cabrini.

E di nuovo lui, Paolo Rossi, che collocato sulla linea di porta insacca il rasoterra di Altobelli.

Ed i ricordi si susseguono in un flusso continuo, inarrestabile.

Il Partigiano come Presidente (L’Italiano) che si alza in piedi e che fa il cenno che no, i crucchi, gli arroganti, presuntuosi kartoffeln non ci raggiungono più.

E l’Italia di tutta una generazione che si sente orgogliosa di appartenere alla stessa Nazione di quel ragazzo debole, emaciato e timido: Paolo Rossi.

Per me la morte di Paolo Rossi è la morte della mia infanzia, libera ed innocente.

E’ il segnale che un altro album va messo in soffitta a prendere polvere.

Perchè Paolo Rossi significa mio padre che, già malato, esulta; significa il ricordo di mio nonno che gufa sul rigore di Cabrini.

E’ soprattutto il ricordo della mia famiglia, unita e partecipe dinanzi al televisore.

Come non mai. Come poche volte, in seguito, accadrà. Almeno con quella intensità e con quel senso di appartenenza, orgoglio e libertà.

La faceva facile quell’anima semplice (per dire) del Pascoli a celebrare il fanciullino (Poetica del fanciullino in Giovanni Pascoli ).

Per mantenere la stessa freschezza di sensazioni di quando eri ragazzo, devi anche ricordarti le sensazioni che provavi no?

Ma se muoiono i protagonisti che hanno suscitato quelle sensazioni, come fai??

Voglio dire: è come essere comunisti senza più Stati comunisti (vabbè c’azzecca poco ma era per dire).

In ogni caso, sto diventando melenso e beh qualche lacrimuccia comincia ad affacciarsi tra le ciglia.

Paolo Rossi era un ragazzo come noi.

E morendo si è portato via il ragazzo che era in noi.

Addio Pablito. Sarai sempre nel mio cuore.

Massimiliano