Zuppa di Crapanzano per tutti!

Anche oggi i giornali parlano solo di Covid 19. 

La seconda notizia in evidenza su Google news  è il nuovo colore di capelli di Donald Trump, che pare se le stia inventando tutte prima di “menare le tolle” che, in lombardo, significa andarsene via definitivamente. 

Bah! Direi che è meglio occuparsi di altro!

La giornata è uggiosa e,  in zona rossa, non ci sono troppi svaghi, così dedico qualche parola a quello che, a mio modo di vedere, è stato un autentico artigiano della scrittura: Dario Crapanzano.

Questo noto autore, coetaneo di mio papà, è morto un paio di settimane fa e voglio ringraziarlo per le sue descrizioni di una Milano anni ‘50 che io ho soltanto sfiorato e conosciuto dai racconti dei più vecchi.

Premetto che non sono un grande appassionato di romanzi, ho letto giusto e con grande riluttanza quelli obbligatori per non essere troppo ignorante: un po’ di classici russi  e di Stendhal etc..

Preferisco i saggi e le opere a sfondo storico, politico od economico e di gialli ne ho letti davvero pochi, salvo alcuni di Agatha Christie.

Ma per Crapanzano, se sei un milanese da generazioni o anche d’adozione o sei comunque un curioso della piccola storia dell’altroieri, bisogna davvero fare un’eccezione.

Ho casualmente regalato alcuni suoi gialli a mio padre, che è cresciuto in Via Gluck ed ha conosciuto anche Celentano e gli altri ragazzi del clan sin da bambini ed è curioso di leggere libri che parlano di quella vecchia Milano, anche popolare, che non c’è più.

Poi è capitato che quei libri, comprati solo per l’argomento, siano piaciuti molto non solo a mio padre, ma anche a mia moglie, milanese d’adozione e lecchese di nascita, e pure a me!

Ne ho letti 5 o 6 e ne ho comprati una dozzina: prima o poi li finirò tutti.

Cosa hanno di speciale questi libri?

La trama, seppur non adrenalinica, perché il morto è uno e muore all’inizio del libro, è sempre scorrevole e non lascia intuire l’esito finale dopo 10 righe.

Insomma, questi libri non sono come il classico blockbuster americano in cui, di regola, dopo le prime 2 o 3 scene, immagini il colpevole, l’ordine delle vittime del serial killer ed i dettagli secondo cui saranno massacrate.

I personaggi fissi, il commissario Arrigoni, la bella moglie, la figlia e la sua squadra o la ex squillo Rita Grande, che si trasforma in valente investigatrice, e lo stuolo di caratteristi di ogni libro come portinaie, nobili viziosi, edicolanti, tabaccai, infermiere, aspiranti attrici e tecnici della Stipel sono tratteggiati con la giusta dovizia di particolari, senza però tediose esagerazioni.

Il punto forte è sicuramente la descrizione dei luoghi, delle abitudini, dei modi di dire e delle mode di quel particolare periodo dell’Italia della rinascita: dopo poche pagine, ti senti immerso nello spirito di quel tempo.

Quanto a me, solo in due casi mi sono sentito totalmente immerso in un’epoca durante la lettura, ovvero quando lessi, uno dopo l’altro, On the road di Kerouac e Furore di Steinbeck.

A proposito, il secondo è di un’intensità e crudezza struggente e dovrebbe essere una lettura di formazione per tutti i giovani, altro che i Dolori del giovane Werther, che mi annoiò terribilmente!

Tornando a Crapanzano ed al suo piccolo mondo del quotidiano, si va dal menu casalingo del commissario Arrigoni al bar che faceva i “sanguis”, che in milanese stava per sandwiches.

I milanesi e i non meneghini potranno trovare la storia delle note patatine S. Carlo, che presero il nome dalla chiesa vicina alla prima sede della friggitoria; potranno anche leggere del commissario Arrigoni che, nella storica bottega Ercolessi, comprava le prime penne a sfera per la figlia liceale e molte altre cose che non voglio svelare, nella speranza che qualcuno si incuriosisca.

Ma quello che è notevole è come Crapanzano, che era stato attore prima e poi pubblicitario per diventare scrittore solo già in età avanzata, fosse capace di mischiare tutti questi elementi in modo armonioso.

Non sembri irriverente, perché è un omaggio: quella di Crapanzano è una gustosa zuppa, nella quale ciascuno ricercherà e gusterà gli ingredienti preferiti. 

Alcuni, come me, cercheranno in particolare la nostalgia di un’epoca che non hanno vissuto, ma li ha sempre incuriositi. 

D’altra parte, a me è sempre piaciuto ascoltare i vecchietti, anche quelli un po’ fuori di testa che si incontravano quando ero bambino. 

Ricordo ancora quando, in una vecchia rosticceria di Corso S. Gottardo che, per i non milanesi, si trova in zona Navigli, una stramba signora  mi regalò delle monete del 1864.

Il tutto dopo una serie di colorite ed irripetibili imprecazioni in milanese sull’Italia che non era più bella come una volta.

Il salumiere la guardava come una matta ma io, essendo un bambino, la trovavo molto simpatica.

Continuo a pensare che solo i matti salveranno il mondo e che sarò comunque l’ultimo della mia stirpe a capire il dialetto milanese.

Buon weekend e, se volete comprare i libri di Crapanzano, passerete qualche ora in un mondo che non c’è più.